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Walking The Cow: Monsters Are Easy to Draw [2012]

E’ uscito da pochi giorni per la White Birch “Monsters are easy to draw”, il primo album dei Walking the Cow; formazione attiva dal 2005 i cui fondatori Paolo Moretti, Martino Lega, Bardus e Nico Volvox già militavano rispettivamente nei progetti Pentolino’s Orchestra e Mirabilia, e di cui personalmente aspettavo con grande curiosità l’esordio sulla lunga distanza dopo averli apprezzati dal vivo guidati dalla new entry Michelle Davis, cantante dall’aspetto un po’ schivo ma di buon talento espressivo. Un album questo che emerge nella sua rara ricercatezza ed eleganza all’interno del panorama fiorentino, proponendo un alt-folk ricco di influenze e curatissimo negli arrangiamenti - magistrali nella padronanza della materia- e che unisce sapientemente un’attitudine sperimentale ad una evidente e profonda conoscenza del canone folk rock in tutte le sue derivazioni. Il disco si apre con Summer Dress , una overture che un po’ spiazza e lascia perplessi nella sua spensieratezza: sembra un divertissement beatlesiano, quindi bella melodia ma un po’ leziosa. Se ne capisce poco dopo l’intento programmatico: Ducks and Drakes è una bella sintesi fra la dolcezza del folk inglese à la Fairport Convention e le derive stranianti delle prime Cocorosie. Si evince come il gioco non sia fine a sé, ma serva a smorzare a volte la gravità a volte la ridondanza di un genere –il folk appunto- che anche nel suo post-revival sembra abbondantemente ricaduto nel cliché. La voce di Michelle è fiabesca ed ammaliante allo stesso tempo, mentre le incursioni elettroniche si poggiano su una base di grande solidità e capacità comunicativa; in River P. un basso pulsa insistente districandosi in un turbinio sonoro sognante ed etereo, sostenuto da una efficace melodia vocale a cavallo fra Devendra Banhart e gli Oi Va Voi. Gli episodi più interessanti sono quelli in cui riferimenti eterei al trip hop-downtempo incrociano sapientemente il terreno caldo, solido, accogliente del folk britannico e della psichedelica californiana: bellissima in questo caso Rorscharch Hands nella strofa incalzante e disadorna à la Jefferson Airplane che si apre in un ritornello corale che ricorda gli Akron Family o i dischi pop dei Motorpsycho; notevoli anche Moving Things, un mantra rhythm and blues dai toni scanzonati, e Barry in cui l’elettronica jazz dei Cinematic Orchestra ancora una volta si posa sul folk prog in stile Pentangle e Fairport.
Un potenziale singolo potrebbe essere l’abilissima Jesus (buy some porn) , che subito arriva al cuore introdotta da uno dei migliori fraseggi di chitarra del disco. L’atmosfera qui ricorda gli Animal Collective dell’ultimo album, nel frenetico rincorrersi e sovrapporsi delle poche ed essenziali linee strumentali, una fauna sonora che sembra moltiplicarsi per miracolo, giustappunto; la voce è come sempre dimessa e suadente, mai eccessiva tranne che in pochi momenti di compiacimento (la cadenza dylaniana quando i toni si fanno più strafottenti non tanto si confà alla lievità della pronuncia della Davis). La parte centrale del pezzo, delirante e sghemba ed in linea con la vena psych del gruppo, confluisce magistralmente in quella finale che ne riprende il leitmotiv, arricchendola con incursioni à la John Fahey: ancora una volta l’equilibrio fra la componente più sontuosa ed emozionale e quella più schizoide è decisamente ben gestito. Un disco prezioso e, soprattutto, per nulla didascalico nell’offrire innumerevoli stratificazioni di ascolto, nonché un’ottima prova di capacità di scrittura. Canzoni per nulla algide, spesso scanzonate e in alcuni casi di grande potenza espressiva, canzoni da rincorrere apparentemente a vuoto e che invece, al momento giusto, si lasciano afferrare, per pochi istanti, offrendo all’ascoltatore soddisfazioni inaspettate; mostri affabili e rari, strane creature appalachiane rintanate in un Macbook in preda allo smarrimento.
Recensione di:
Antonio De Sortis

Walking The Cow: Promo EP [2011]

Era qualche anno che i Walking The Cow (Simone Bardazzi, chitarre e altre corde, samples; Paolo Moretti: chitarra, basso, samples; Nico Colacillo: tastiere varie; Martino Lega: batteria) non fornivano notizie di sé, dopo essersi messi in bella mostra alla finale del RockContest di Controradio nell'ormai lontano 2006 e la realizzazione della colonna sonora del documentario Lost in Election, risalente ad un paio d'anni fa. Tornano a calcare le scene, dunque, con un significativo cambio di line up, lanciando al microfono l'italocaliforniana Michelle Davis, anche autrice dei testi. Inevitabilmente, la diversa vocalità ed inclinazione melodica condizionano in maniera significativa la nuova produzione della band, smussando parecchi angoli che segnavano l'attitudine weird folk del passato; giusto per inciso, la band prende il nome da un pezzo del primo Daniel Johnston, che delle prime Mucche era punto di riferimento imprescindibile. Ora, invece, i pezzi risultano decisamente più “morbidi” e meno nevrotici, gli arrangiamenti rivelano un gran lavoro di cesello, con un uso decisamente più marcato dell'elettronica, e comunque ottima capacità nel sintetizzare in meno di tre minuti di canzone una gran quantità di idee. Il risultato sembra riassumibile in una sorta di folktronica a metà strada fra le prime CocoRosie e un Badly Drawn Boy più elaborato, vuoi anche per la scelta, quantomeno insolita, di scrivere in tempi ternari in tutti i brani dell'EP. L'apertura di Summer Dress è una tenera ballata infantile, scintillante nei suoi contrappunti chitarristici e nella melodia doppiata dal synth, che sembra venire dritta dalla colonna sonora di Juno (non ce ne voglia nessuno, è un piccolo capolavoro) o giù di lì, in cui una bimba è ansiosa di uscire per strada con il suo vestitino estivo anche se fuori si gela. Le tastiere, poi, la fanno da padrone nell'episodio successivo, in cui si riscontra l'approccio quasi “carillonesco”, tipico del primo periodo del gruppo. Più evidente è, invece, l'aspetto destrutturante nell'irriverente Jesus (Buy Some Porn), in cui una sconnessa base elettronica spezza gli arpeggi à la Simon & Garfunkel, e nella vagamente dissonante chiusa finale, impreziosita da interessanti agganci armonici. Gradevolissimo e decisamente anticonvenzionale nel panorama indipendente, il nuovo progetto Walking The Cow brilla per essere personale in un genere che, comunque, nella scena newyorchese dei primi anni Duemila conta centinaia di adepti e che, però, in Italia non sembra avere attecchito del tutto. La band rappresenta invece una felice eccezione; sta al pubblico ora saperne apprezzare l'indubbia qualità.

Recensione di:
Francesco D'Elia