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Ka Mate Ka Ora: Entertainment In Slow Motion [2010]

I dischi dei Ka Mate Ka Ora hanno un’innegabile virtù: essere terapeutici. I montalesi, infatti, mettono in pratica, come felice antidoto al quotidiano corrersi addosso, quella terapia della lentezza che già dominava il loro primo lavoro (il convincente “Thick as the Summer Stars”, uscito neanche due anni fa) e che perseguono oggi, con ancora maggior compattezza e consapevolezza dei propri mezzi, coadiuvati dalla produzione di Marco Campitelli, patron della DeAmbula Records. Il mood e i mezzi adottati, grosso modo, sono rimasti quelli. Pochi accordi, tonalità e colori chiari e definiti, strumentazione essenziale (chitarra, basso, batteria), pochissimi battiti per minuto, in omaggio alle (dichiarate) influenze slo-core di Low, Red House Painters e Codeine.
Ma qui la band si impone un’autodisciplina (e, comunque, un significativo distacco dai modelli, frutto anche di un suono magmatico e avvolgente che non diventa mai magniloquente) che innalza di una spanna il livello rispetto al passato. Limano la struttura dei brani, ora vere e proprie canzoni, senza più code eccessive, giocano parecchio sugli arrangiamenti vocali (ai quali dà un fondamentale contributo Samuel Katarro, qui in veste anche di produttore artistico e chitarrista elettrico) e tengono sempre alta la carica emotiva, dall’imponente apertura (Vincent), ai distesi paesaggi che ricordano l’Islanda (Pig'n Sheep in a Toothless Dream), alla ballad vera e propria (Just An Explanation, col violino di Wassilij Kropotkin), alla cover (Suga dei Baby Blue, a cui partecipano gli stessi Serena Altavilla e Mirko Maddaleno) al piano solo (The Lowering Sun Reddens the Body of a Hanged Man). Sul tutto domina un’atmosfera solare e contemplativa, sanamente fuori dalle mode, sulla quale si abbatte un colpo di coda che stende e sorprende, cambiando forse le carte in tavola. D’altronde, il loro nome significa “è la morte, è la vita”.
Recensione a cura di:
Francesco D'Elia



Ka Mate Ka Ora: Thick As The Summer Stars [2009]


Molti pensano che suonare post-rock o slow-core sia facile, e perchè non dovrebbe esserlo? Sono tutti bravi a piazzare un paio di note effettate e ripeterle all'infinito fino a raggiungere il risultato sperato, magari ci si mette qualche delay qui e là, si dilatano i tempi e si distorce un po' la voce ove vi sia il cantato. Ma non è così. In questo (sotto)genere il rischio di risultare banali e noiosi è altissimo: lo diventano gruppi affermati di cinque o sei elementi, e perchè non dovrebbe esserlo un gruppo toscano di soli tre? Ascoltate questo primo album (prodotto dallo statunitense Kramer) e capirete. Il mio consiglio è di chiudere gli occhi e prepararsi per un viaggio mentale e musicale dal quale non rimarrete delusi, ancora meglio se non siete pronti a questo tipo di sound o non ne avete mai sentito parlare. i Ka Mate Ka Ora vi prenderanno per mano e vi condurranno, è proprio il caso di dirlo, in un 'trip' sonoro in cui le note dipingono un paesaggio mai visto prima: può essere rilassante come un mare calmo e limpido le cui uniche e sparute onde sono quelle che si infrangono contro gli scogli delle orecchie che si apprestano ad un primo ascolto, quello che ne viene fuori sono tracce dal suono di chitarra forte ed espressivo, ma anche rilassante e che non lasciano mai l'amaro in bocca (esempio calzante è la magistrale Pony's Broken Leg). Il trio toscano genera un sound introspettivo e malinconico, a volte cupo, ma mai noioso; è un sound patetico nella più vera accezione del termine (dal greco 'patos': emozione) e mai scontato. I pezzi strumentali sono dei piccoli capolavori, quadri dipinti con la saggezza degli accordi e quel tipo di poesia che solo la musica sa donare. Ma l'apice della perfezione viene raggiunto, stranamente, nei pezzi 'anche' vocali: il cantato è puro, immacolato, mai invasivo (come spesso rischia di essere nel più banale degli shoegaze) e si intreccia perfettamente al background sonoro che lo accompagna senza presunzione. Questo tipo di voce richiama emozioni lontane e ricorda il timbro etereo di Neil Halstead che come una leggera brezza sussurra all'orecchio note gentili anche, e soprattutto, nei pezzi più aggressivi e di maggior impatto sonoro. Ora il viaggio è finito, così come le otto tracce dell'album, quello che resta sono i sapori, i suoni, i profumi e la poesia di una terra in cui non siete mai stati e che neanche sapevate esistesse. L'unica cosa da fare è rimettersi le cuffie, prendere un bel respiro e partire di nuovo.
Recensione a cura di:
Tommaso Fantoni