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Baby Blue: We Don't Know [2010]

"Come!" Gridava il disco di esordio prodotto da Paolo Benvegnù: un imperativo energico ed inevitabile, proprio come la musica da loro proposta. Per il loro secondo lavoro, la band pratese ha scelto un titolo più riflessivo, una risposta sfuggente ad una domanda silenziosa e a noi sconosciuta:  "We don't know". Noi non sappiamo. Se si trattasse di politica potremmo dire che sono dei maledetti diplomatici…ma questa è musica e il mistero ci piace. Basta leggere la tracklist per individuare un amore per la contraddizione e per la mutevolezza: l'evasiva "Don't ask me why", le catatoniche voci di "Oh Mary", l'esasperata Shut Up!, l'essenziale "I don't know", l'esplosiva Earthquake, il masochismo femminile di Stay A While, l'autoconvinzione pura di "All Right", la follia in reverse di Porto Palo. Sonorità aspre, venature folk e voci spigolose animano queste 11 tracce registrate e mixate da Alessio Pepi della Trydog Lab di Pistoia. Ricordano in alcuni brani gli X di Wild Gift (Perla di Punk Rock del 1981) e I Knitters fanno capolino e mi salutano con la manina nei pezzi più rockabilly. Addirittura penso ai primi B52s ascoltando il duetto di Mirko Maddaleno e Serena Altavilla nel ritornello di All Right. Ma qui stiamo parlando di un essere che vive di vita propria dall'ormai lontano 2004. Non siamo gli unici ad aver notato la loro bravura perché con questo disco i Baby Blue sono entrati di diritto a militare nell'esercito valoroso della Famosa Etichetta Trovarobato, oltre ad avere il supporto della nostrana ABuzzSupreme. Membro da poco aggiunto: il mitico Lorenzo Maffucci (aka Mangiacassette) al basso. Loro forse non sapranno ma noi sappiamo che il futuro ha qualcosa in serbo per loro. Qualcosa che sorride senza troppa roba strana tra i denti.

Recensione a cura di:
Michelle Davis

    Baby Blue: Come! [2009]


    Il primo album dei Baby Blue è un interessante percorso musicale che trova origini in canzoni alla stregua di quelle popolari americane e in un sound altalenante tra sincerità e scherno, in cui regna sovrana la vitalità umana e in cui c'è sempre spazio per l'improvvisazione ben riuscita. I quattro di Prato (prodotti da Paolo Benvegnù) giocano con le note come un gatto farebbe con il gomitolo di lana preferito e ci propongono un disco di puro pop, con influenze esotiche e blues allo stesso tempo; un disco che non è assolutamente fiorentino e non è assolutamente italiano: non solo per i testi in inglese, ma soprattutto per quel tipo di sound che ci fa venire subito alla mente i ritornelli orecchiabili e la semplicità delle canzoni d'oltreoceano dei tardi anni '50. Il cantato è una giusta altalena tra la voce femminile di Serena Altavilla e quella di Mirko Maddaleno. La prima è stata più volte paragonata a quella di PJ Harvey, o a quella di Bjork, andando un pò più a nord: tuttavia il timbro è caldo e accogliente e ogni canzone è retta da un'armonia vocale che rilassa e conforta. La seconda è invece più cupa e secca, d'impatto ma non aggressiva. Il gioco parallelo/simmetrico che si crea è forte e compatto come lo era quello di Mr. Cash e Mrs. Carter o, puntando l'occhio più verso i giorni nostri, a quello tra Amber Coffman e Haley Dekle. L'album si presenta come un unico e grande gioco fatto in confidenza tra le note e il pubblico e che è un continuo estendersi verso un qualcosa di successivo e superiore: è un disco pop, che però non si esaurisce nel pop, è un blues pulito, ma rozzo come le pizzicate di chitarra in San Quentin, ma è anche folcloristico nel sound allegro e gioviale. Insomma, una continua evoluzione/rivoluzione sonora che sicuramente porterà i Baby Blue ad approdare verso nuovi e più fertitli lidi, esplorati solo da pochi virtuosi della musica nostrana e che, sicuramente, i gruppi 'indie-pop' dell'attuale scena fiorentina neanche hanno mai visto.

    Recensione a cura di:
    Tommaso Fantoni