A tre anni dal precedente “Growing Heads Above the Roof” (recensito qui) arriva il nuovo lavoro dei Miranda, trio appulo-calabrese trapiantato da ormai quindici anni a Firenze e avanguardia dell’artiglieria fromSCRATCH records. Il disco si intitola “Asylum: Brain Check After Dinner”, un saliscendi continuo –praticamente intestinale - che attraversa tutta la febbre industriale e sintetica del proprio passato (i dischi precedenti, le sostanze che essi trasudano) e prova ad amministrarne i postumi. L’avvio dell’uno-due Suicide Watch e Being Ed Bunker richiama il sound che più ha reso nota la band nel circuito alternativo, una miscela di No Wave e Post Punk americano rumoristica e frenetica in cui l’immersione è totale, non c’è scampo (non c’è scelta) per chi ne adotta la velocità. Il disco vero e proprio tuttavia comincia, dopo l’assaggino iniziale, con le due tracce successive che spalancano nuovi territori, nuovi ritmi; si esce dal turbine didascalico con Wanna Be a Sluggy, che non sfonda più tutti gli ostacoli ma inizia a saltarli al trotto, scimmie e rane e asini suonano i campanacci del bestiario Oneida; ulteriore relax in Odysseia, esplorazione di ogni apparato del dentro e del fuori che si prolunga in una coda di riflessione cosmica. Da qui primo giro di boa nell’intestino percettivo che guida il disco: Mohamaed Bouazizi è una lunga e disturbata meditazione, una conversazione mentale il cui fondo minimalista è impregnato di umori, di interferenze. Una delle tracce più riuscite dell’album, suggestiva e agonizzante, da cui ancora una volta fuoriescono due tracce in rettilineo, Nothing Better Than a Morning Fuck e Arabs on the Run, Psycomelette. Il sangue ribolle di nuovo, evidentemente con Bouazizi non è andata come si sperava, sono due pezzi (specialmente il primo) irridenti, agguerriti, ma con l’amaro in bocca. Dalla consolle scende Panda Bear e salgono prima i Fugs in salsa kraut: l’ antagonismo come ghigno. Poco dopo il trip si incupisce, iniziano le manie di controllo, la paura e la vergogna di essere vittima. In consolle sale ora Peter Murphy o chi per lui; i sudori sono più wave adesso. L’ascolto di questo disco tritatutto è presto diventato una riflessione sui rapporti fra elettronica e acustica, fra digitale e analogico, in generale sulla manipolazione come processo irreversibile e inquietante. I riferimenti electro a Liars, Hot Chip, lasciano spesso spazio a quelli elettro(acustici) e al sound di Can e Tangerine Dream; dialoghi intermittenti con la macchina, riflessioni sulla strumentalità ambigua del suono sintetico, delle droghe (e di tutte le pietanze) sintetiche, del controllo sintetico sull’essere umano. H-Arcore è l’ultimo snodo, l’ultimo tornante preso in testacoda dell’album, sfuriata simil-tekno in cui la citazione post populista si fonde a quella post hardcore (cito creativamente le urla :“Krishna always hurts”, in stile Husker Du) in un brodo di religiosità (e) tecnica. Sembra si abbia a che fare con le macchine da scrivere del Pasto Nudo di Burroughs\Cronenberg, utensili pian piano percepiti come scarafaggi o mostri schifosi; presto noi inizieremo a “gestircela” e loro a parlarci come dei semplici coinquilini con la digestione un po’ lenta. Il finale è composto dal trittico lisergico Holy Ravioli in a Drug Free Zone, Bring Drug and Food e Tecnocratic Chinese Flu, dieci minuti di resoconto psichedelico in cui il sillogismo del saliscendi digestivo si racchiude e si ripropone in bollori, fregole,distensioni. Si avvicendano Beck e i Parts & Labor e i Talking Heads e un passato cyberpunk e infine la chiusura con il cosmo artificiale, residuo, di Teddy Riley , è l’ultimo pezzo che da solo riflette tutto su di sé, i postumi di tutto, la lucida rimastanza, unico frangente in cui emergono i detestabili numi postmoderni finora tenuti nascosti nel corto circuito dell’ hangover, si sente il Bowie berlinese filtrato da tekno e affini . Un misto di sensazioni, alla fine ciò che emerge è la macchina tecnocratica che permane e di cui si può solo osservare il lavoro da una prospettiva esterna con il cervello a polpette, quando per un attimo la rabbia contro di essa o l’ironia di esserne strumento si mutano in una percezione vigile e svuotata,è il nuovo disincanto dinnanzi ai nuovi miti.
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Miranda : Asylum: Brain Check After Dinner [2013]
A tre anni dal precedente “Growing Heads Above the Roof” (recensito qui) arriva il nuovo lavoro dei Miranda, trio appulo-calabrese trapiantato da ormai quindici anni a Firenze e avanguardia dell’artiglieria fromSCRATCH records. Il disco si intitola “Asylum: Brain Check After Dinner”, un saliscendi continuo –praticamente intestinale - che attraversa tutta la febbre industriale e sintetica del proprio passato (i dischi precedenti, le sostanze che essi trasudano) e prova ad amministrarne i postumi. L’avvio dell’uno-due Suicide Watch e Being Ed Bunker richiama il sound che più ha reso nota la band nel circuito alternativo, una miscela di No Wave e Post Punk americano rumoristica e frenetica in cui l’immersione è totale, non c’è scampo (non c’è scelta) per chi ne adotta la velocità. Il disco vero e proprio tuttavia comincia, dopo l’assaggino iniziale, con le due tracce successive che spalancano nuovi territori, nuovi ritmi; si esce dal turbine didascalico con Wanna Be a Sluggy, che non sfonda più tutti gli ostacoli ma inizia a saltarli al trotto, scimmie e rane e asini suonano i campanacci del bestiario Oneida; ulteriore relax in Odysseia, esplorazione di ogni apparato del dentro e del fuori che si prolunga in una coda di riflessione cosmica. Da qui primo giro di boa nell’intestino percettivo che guida il disco: Mohamaed Bouazizi è una lunga e disturbata meditazione, una conversazione mentale il cui fondo minimalista è impregnato di umori, di interferenze. Una delle tracce più riuscite dell’album, suggestiva e agonizzante, da cui ancora una volta fuoriescono due tracce in rettilineo, Nothing Better Than a Morning Fuck e Arabs on the Run, Psycomelette. Il sangue ribolle di nuovo, evidentemente con Bouazizi non è andata come si sperava, sono due pezzi (specialmente il primo) irridenti, agguerriti, ma con l’amaro in bocca. Dalla consolle scende Panda Bear e salgono prima i Fugs in salsa kraut: l’ antagonismo come ghigno. Poco dopo il trip si incupisce, iniziano le manie di controllo, la paura e la vergogna di essere vittima. In consolle sale ora Peter Murphy o chi per lui; i sudori sono più wave adesso. L’ascolto di questo disco tritatutto è presto diventato una riflessione sui rapporti fra elettronica e acustica, fra digitale e analogico, in generale sulla manipolazione come processo irreversibile e inquietante. I riferimenti electro a Liars, Hot Chip, lasciano spesso spazio a quelli elettro(acustici) e al sound di Can e Tangerine Dream; dialoghi intermittenti con la macchina, riflessioni sulla strumentalità ambigua del suono sintetico, delle droghe (e di tutte le pietanze) sintetiche, del controllo sintetico sull’essere umano. H-Arcore è l’ultimo snodo, l’ultimo tornante preso in testacoda dell’album, sfuriata simil-tekno in cui la citazione post populista si fonde a quella post hardcore (cito creativamente le urla :“Krishna always hurts”, in stile Husker Du) in un brodo di religiosità (e) tecnica. Sembra si abbia a che fare con le macchine da scrivere del Pasto Nudo di Burroughs\Cronenberg, utensili pian piano percepiti come scarafaggi o mostri schifosi; presto noi inizieremo a “gestircela” e loro a parlarci come dei semplici coinquilini con la digestione un po’ lenta. Il finale è composto dal trittico lisergico Holy Ravioli in a Drug Free Zone, Bring Drug and Food e Tecnocratic Chinese Flu, dieci minuti di resoconto psichedelico in cui il sillogismo del saliscendi digestivo si racchiude e si ripropone in bollori, fregole,distensioni. Si avvicendano Beck e i Parts & Labor e i Talking Heads e un passato cyberpunk e infine la chiusura con il cosmo artificiale, residuo, di Teddy Riley , è l’ultimo pezzo che da solo riflette tutto su di sé, i postumi di tutto, la lucida rimastanza, unico frangente in cui emergono i detestabili numi postmoderni finora tenuti nascosti nel corto circuito dell’ hangover, si sente il Bowie berlinese filtrato da tekno e affini . Un misto di sensazioni, alla fine ciò che emerge è la macchina tecnocratica che permane e di cui si può solo osservare il lavoro da una prospettiva esterna con il cervello a polpette, quando per un attimo la rabbia contro di essa o l’ironia di esserne strumento si mutano in una percezione vigile e svuotata,è il nuovo disincanto dinnanzi ai nuovi miti.Miranda: Growing Heads Above The Roof [2009]
Due pugliesi e un calabrese trapiantati a Firenze. Non è una barzelletta, anzi, è una serissima realtà, questo trio ormai giunto al terzo album (e mezzo, considerando lo split con i canadesi The Creeping Nobodies), dopo un'interessante evoluzione che li ha visti partire da sonorità post rock sino a far parte di quella corrente neo punk funk che a metà anni Duemila travolgeva parecchi. In quest'ultimo episodio della loro discografia, i Miranda cambiano, però, sensibilmente (ed intelligentemente) direzione, spingendosi una decina di anni addietro per quanto riguarda una delle primarie componenti del loro sound caratteristico e lasciando, giustamente, inalterato l'approccio grooveggiante che, più che mai nelle loro trascinanti esibizioni dal vivo, li caratterizza. Il frontman Giuseppe Caputo accantona in parte le chitarre sugli acuti e potenzia le frequenze basse, che accompagnano e levigano il già di per sé tondeggiante basso di Piero Carafa, mentre il lavoro di deframmentazione viene delegato in buona parte al batterista (anche elettronico) Nicola Villani (primus inter pares, eccellente per come si gioca, senza dover sempre suonare a volumi spropositati, la varietà di accenti anche su ritmiche che di per sé non richiederebbero chissà quali virtuosismi). Il suono, pur riconoscibile rispetto al passato (il rullante, ad esempio, produce “quella” nota), diventa pertanto più vario, più potente e fornisce ampia libertà al trio anche nella struttura dei pezzi. L'opening grasso e poderoso di Blow Off, trascinato da un synth granitico, rimanda alle cavalcate in cui gli Oneida sono maestri (ricordate quei favolosi 14 minuti di un solo accordo?) e l'album transita poi per digressioni costellate maggiormente da interventi elettronici, sino al singolo Head Growing, che all'inizio imita Mushroom dei Can, sino a frantumarsi in un geniale campionamento di chitarra e a deflagrare in un finale in cui ogni strumento viene (letteralmente) percosso: il tutto con l'appeal del singolo per eccellenza. Non da tutti, sicuro. Tra influssi liarsiani (Peep Show, I Got You, Red Hat Block) e neonewyorchesi in generale, il disco scorre via che è una bellezza, non dando mai l'impressione di allungare il brodo oltremisura. Qualche riserva permane forse nell'utilizzo della voce, mai completamente folle come alcuni brani esigerebbero e mai del tutto controllata; ma che quest'ultima non sia una dichiarata priorità del gruppo è intenzione abbastanza palese e basta dare un'occhiata ai titoli dei brani per rendersi conto che ai Miranda, in fin dei conti, interessa divertire. E fortunatamente anche in questo si distinguono dall'inutile seriosità di mille progetti analoghi che, nati come fenomeni in un lampo, fanno altrettanto in fretta a sgonfiarsi.
Recensione a cura di:
Francesco D'Elia
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